L’economia americana può essere l’argine alla politica di Donald Trump, il rischio recessione

(Adnkronos) – Chi e che cosa potrà fermare Donald Trump? La domanda che i detrattori del presidente americano fanno e ripetono con preoccupata frequenza già dalla campagna elettorale è diventata particolarmente pressante in questi giorni anche negli Stati Uniti. E c'è una risposta che sembra delinearsi con chiarezza: a fermare Trump potrà essere l'economia americana. Nel senso che gli stessi interessi del tycoon dovranno piegarsi alle leggi dell'economia. C'é l'andamento delle Borse di questi giorni a rendere plastica la situazione: le politiche di Trump possono bruciare miliardi di dollari in poche ore. E ci sono anche le analisi degli economisti americani a segnalare una rapida evoluzione della situazione, che rischia di avvitarsi in una imprevedibile recessione.  Tra questi, ce n'è uno che ha appena messo nero su bianco sul suo profilo X un'analisi impietosa delle conseguenze di questi primi mesi di nuovo trumpismo. E' Mark Zandi, chief economist di Moody's. I rischi di una recessione negli Stati Uniti a partire dal prossimo anno, scrive, "sono spiacevolmente alti e in aumento. Li metterei al 35%, in aumento rispetto al 15% di inizio anno. Per contestualizzare, la probabilità di recessione tipica è del 15%: l'economia statunitense storicamente subisce una recessione ogni 6 o 7 anni in media. L'economia probabilmente subirà una flessione se l'amministrazione Trump manterrà gli aumenti tariffari annunciati e manterrà i dazi per più di qualche mese".  
I dazi, prosegue Zandi, "innescheranno una guerra commerciale globale, con i partner commerciali statunitensi che imporranno le proprie tariffe e barriere non tariffarie sui prodotti statunitensi. Anche i prezzi delle azioni continueranno a scendere, pesando sulla ricchezza e sulla capacità di spesa degli americani benestanti, che stanno guidando gran parte dell'attuale crescita economica". Naturalmente, "anche i tagli casuali del DOGE ai posti di lavoro e ai finanziamenti governativi e l'incertezza legata a un possibile shutdown e al tetto sul debito, che emergerà nelle prossime settimane, stanno pesando sull'economia". L'economista va anche oltre. "Inutile dire che un'economia debole o in recessione aggraverà anche i problemi fiscali, poiché colpirà le entrate e spingerà automaticamente verso l'alto la spesa pubblica per l'assicurazione contro la disoccupazione e altri programmi di sostegno al reddito".  Significativo confrontare questa analisi con quello che lo stesso economista scriveva a fine settembre scorso. "Ho esitato a dirlo a rischio di sembrare esagerato, ma con le revisioni del PIL della scorsa settimana, non si può negare: questa è una delle economie con le migliori prestazioni nei miei oltre 35 anni da economista". Il quadro è sufficientemente chiaro. Trump si è insediato alla Casa Bianca con un'economia in piena salute. Dopo meno di due mesi, il trend si sta capovolgendo.  Rispetto al 20 gennaio scorso, con la celebre foto che vedeva tra gli altri allineati nel sostegno a Trump Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai, oltre ovviamente a Elon Musk, anche il termometro finanziario segna un dato clamoroso: lo 'S&P 500 ha perso il 6,4% da quando il presidente è entrato in carica. Vuol dire perdite, ingenti, per tutti.  La scommessa era che i piani di Trump sui tagli alle tasse e la promessa della più grande operazione di deregolamentazione immaginabile avrebbero stimolato ancora di più un’economia già solidamente in espansione. Non sta andando così. Lo spettro di una recessione e i miliardi bruciati a Wall Street sono i segnali di una profonda insofferenza dell'economia e della finanza alle scelte che alimentano incertezza e conflittualità, come i dazi. E se queste indicazioni venissero confermate, a fermare Trump potrebbe essere proprio l'economia americana. (Di Fabio Insenga)  —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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